Lo spirito del gioco

Nel dicembre del 1984, girando per un campo profughi a Peshawar in Pakistan, il fotografo del National Geographic Steve McCurry realizzò uno dei ritratti fotografici più famosi al mondo: La ragazza afganaIl viso della ragazza dagli occhi color verde eterno, fu pubblicato sulla copertina del National Geographic nel giugno del 1985 catturando l’attenzione del mondo intero e divenendo il simbolo della condizione dei profughi di ogni provenienza. Questa incredibile fotografia fu scattata all’interno di una tenda scuola, e come ricorda McCurry: “Fu la prima bambina che notai. Fui rapito dalla luce dei suoi occhi.

Per 17 anni nessuno ha conosciuto il suo nome. Nel gennaio del 2002 un team del National Geographic tornò in Pakistan per cercare la ragazza dagli occhi color smeraldo. Mostrarono l’immagine nei luoghi dove la fotografia era stata scattata, e proprio quando la ricerca sembrava farsi impossibile, un uomo riconobbe quegli occhi. La ragazza fu rintracciata e poi identificata, attraverso la moderna biometrica, in un villaggio tra le montagne dell’Afghanistan. Sharbat Gula, questo il suo nome, aveva 30 anni, non aveva mai visto il suo ritratto e, parole sue, non ricordava un giorno felice in tutta la sua vita.

In Afghanistan non vi è una sola persona che non abbia provato l’amarezza e il calvario della guerra. Ma c’è chi continua a lottare per il proprio futuro, e chi ancora paga per la sua volontà di scrivere una storia diversa, che vale la pena di essere raccontata e che parte proprio dal campo profughi di Peshawar in Pakistan, dove al tempo dell’invasione Sovietica in Afghanistan nel 1979, molti afgani furono costretti a migrare come profughi.

Tra loro un bambino di nome Mohammad Nabi. Qui, il ragazzo afgano si innamora del gioco del cricket, e nonostante la paura dei talebani, per i quali lo sport non è compatibile con l’islam e quindi vietato anche solo giocarlo per strada, non perse mai di vista il suo obiettivo: diventare un giocatore professionista. Iniziò a muovere i primi passi in squadre locali pakistane, fino a quando fu notato da un allenatore europeo che lo portò a giocare in Inghilterra, dove acquisì quel che serviva per tornare in patria e diventare il capitano della squadra di cricket afgana.

Nel 2015, Nabi e i suoi compagni, quasi tutti nati o vissuti nei campi profughi nei dintorni di Peshawar, dopo una serie di vittorie inaspettate, sono riusciti a qualificarsi, per la prima volta nella storia, alla fase finale della Coppa del Mondo di Cricket. Questi ragazzi hanno dimostrato come una nuova generazione di uomini e donne siano oggi pronti a cambiare il volto di questo Paese, e come lo sport stia diventando un reale riferimento per inventarsi un nuovo futuro.

Il 26 Febbraio 2015 la nazionale di cricket dell’Afghanistan ha vinto la sua prima partita a un’edizione della Coppa del Mondo, battendo la Scozia per 211 a 210. Neanche un mese dopo, il 24 Marzo, un attentato sanguinario uccide sei bambini a Qala-i-Qazi, capoluogo della provincia meridionale di Khost, con un ordigno fatto esplodere in un campo su cui era appena cominciata una partita di cricket.

La brutalità dei talebani ha dimostrato quanto questo sport faccia loro paura perché rappresenta la lenta presa di coscienza di un popolo che vuole uscire dagli schemi di una guerra senza fine. Finalmente i bambini di questo Paese hanno nuovi “eroi senza armi”, pronti a combattere le proprie battaglie su un campo da gioco.

Il “nonno” di tutti gli sport, così è stato definito il cricket, possiede quale base fondante, l’aspetto etico. Ruota tutto attorno a un principio di lealtà e rispetto assoluto verso il gioco, senza il quale non si può nemmeno pensare di entrare in campo. Lo stesso regolamento è preceduto da un preambolo chiamato “Lo spirito del gioco”:

“Il cricket deve molto della sua unicità al fatto che dovrebbe essere giocato non soltanto secondo le proprie regole ma anche secondo lo Spirito del Gioco. Qualsiasi azione che sia vista come contraria a questo Spirito causa un danno al gioco stesso.  La responsabilità principale di assicurarsi che il gioco sia condotto secondo lo spirito del fair play è dei capitani. Essere uniti ti consente di migliorare.”

E’ vero: non esiste uno sport puro. Esiste lo sport come seducente metafora della vita. Una vita che a volte ci porta in luoghi dove non dovremmo essere, e che spesso non conducono ad un lieto fine. Per questo abbiamo bisogno di uno sport che ci guidi in posti in cui non arriveremmo mai: dove più giochi, più grandi diventano i sogni.

Lo sport è avere una scelta alternativa tra fuggire via e restare immobili davanti alla paura. Il terrore è un alleato della guerra, spegne la luce e mette a tacere la verità. Ma siamo tutti nati per risplendere. La nostra arma migliore è la luce del sole e lo sport aiuta a mostrarci le luci nascoste mantenendo viva la speranza: “Puoi calpestare i fiori ma non puoi ritardare l’arrivo della primavera”.

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