Una specie di magia

Il 18 luglio 1976, una bambina di 39 kg per 153 cm di altezza, si avvicina alla pedana delle “parallele asimmetriche”. Siamo alle gare di ginnastica artistica dei Giochi della XXI Olimpiade a Montreal, Canada. Ha quattordici anni, e nessuno ancora può immaginare cosa accadrà da lì a un minuto. La piccola si tuffa nel vuoto, per compiere un capolavoro di geometria corporea, sospesa nell’aria per 20 secondi, e ricadere a terra con un balzello ritmato su un tappetino blu, del color del cielo. Il mondo sembra capovolto. Il boato del pubblico ha lo stupore di quando qualcosa ci sorprende, e ci rende complici anche solo del privilegio di esserci stati.

Si aspetta il punteggio, col fiato sospeso. Nel pannello elettronico non appare nulla. Poi finalmente compare un numero inquadrato dalle telecamere di tutto il mondo: 1,00 (Uno!). Lo stupore diventa incredulità, la bambina ripassa mentalmente tutti i possibili errori, tali da aver meritato un punteggio di uno su dieci, il suo allenatore l’abbraccia intimando alla giuria un futuro reclamo. Poi uno dei giudici, uno svedese, si alza. Ha le lacrime agli occhi, cerca di attirare l’attenzione della piccola ginnasta, inizia a pronunciare parole inudibili in mezzo a quel frastuono, si avvicina e gesticola tenendo le dieci dita delle mani aperte davanti al viso. E’ un 10 non un 1. Il pubblico, capito il miracolo, insieme agli stessi giudici, agli atleti e a tutte le persone presenti, tributano alla bambina un’infinita ovazione, tale da rendere quel momento tra il reale e il magico: la piccola ginnasta rumena ha appena ottenuto il primo “dieci perfetto” nella storia dello sport olimpico.

In tutto quel caos di emozioni, non passa inosservato però, un manipolo di addetti indaffarati intorno al tabellone elettronico dei punteggi. Cercano di capire perché quella virgola, dopo il numero 1, non voglia spostarsi, impedendo di consegnare anche visivamente, per sempre, quell’impresa alla storia. Il dilemma si risolverà con una incredibile nota della Longines, partner tecnologico dell’evento, diramata alle ore 13:40 dello stesso giorno: “Il Comitato Olimpico ci aveva rassicurato, che il 10 non esiste in ginnastica. Nessuno mai aveva ottenuto un tale punteggio in una gara olimpica. Il Computer quindi è stato programmato per indicare solo 3 cifre. Al massimo poteva registrare un punteggio di 9,99.”

La bambina mandò in tilt il computer. I sistemi vennero adattati ai nuovi standard imposti dalla ragazzina. Ci si interrogò anche sul fatto o meno che i giudici potessero essersi lasciati trascinare dall’entusiasmo del pubblico, ma probabilmente anche se avesse fatto quello che ha fatto in completa solitudine, in una stanza vuota, avrebbe meritato ugualmente 10. Aveva gareggiato contro un concetto, non contro una rivale appartenente al genere umano; aveva inventato astrazioni più astratte della perfezione. Come disse un cronista dell’epoca, “Sembrava nuotare in un oceano d’aria”. Da quel giorno è tutto da rifare, da ricominciare da capo: lei non si muove nello spazio, lei è lo spazio; non trasmette l’emozione, lei è l’emozione. Tutto, virgola inclusa, fu spostato un pò più in là.

Nei giorni seguenti otterrà il punteggio perfetto altre 6 volte, vincendo 5 medaglie olimpiche, e sarà il primo essere umano, dopo il cavallo da corsa Secretariat, ad ottenere la copertina su Sports Illustrated, Newsweek e il Time nella stessa settimana. Negli anni seguenti vincerà altre quattro medaglie alle Olimpiadi di Mosca, sarà insignita dell’Ordine olimpico per ben due volte, e a tutt’oggi è ancora l’unica atleta ad aver ottenuto un “dieci perfetto” in una competizione olimpica. Il suo nome, ovviamente, è Nadia Comaneci.

Diviene in breve tempo un simbolo in tutto il mondo, sfruttata dal dittatore rumeno Ceaușescu per dare un volto nuovo al regime, e sottoposta alla più rigida sorveglianza. A 17 anni, tormentata da soprusi e violenze fisiche e psicologiche, Nadia tentò il suicidio. Si ritirò ufficialmente dalla ginnastica poco prima delle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984, e da quel momento in poi le fu vietato di recarsi in Occidente.

In una notte del Novembre 1989, poco dopo la caduta del muro di Berlino, Nadia fuggì a piedi e raggiunse l’Ungheria con un gruppo di profughi, vestita di stracci e con la faccia sporca di terra. Al confine Ungherese la polizia riconobbe immediatamente la donna e rifiutò di concederle asilo politico. Il gruppo riuscì però ad arrivare a Vienna e salire su un areo per New York. Circa un mese più tardi Ceausescu fu arrestato e condannato a morte.

Nel giugno del 2001, nell’austera corte federale di Norman, stato dell’Oklahoma, Nadia ha lasciato che spuntasse una lacrima, mentre con la mano sinistra alzata e in compagnia di una pattuglia di anonimi messicani, ha giurato fedeltà agli Stati Uniti, diventando cittadina americana. Una ventina di reporter l’ha subito accerchiata come se avesse appena concluso un’esibizione alle parallele asimmetriche. L’ex rumena, ha confessato: «Mi sento come se il mondo si fosse improvvisamente aperto davanti a me, mi sento di colpo finalmente libera».

Come può un esercizio di ginnastica artistica diventare un tale simbolo nel mondo? Penetrare e persistere nella memoria collettiva delle persone, e fare di Nadia Comaneci un’icona di libertà, coraggio e bellezza contro ogni forma di abuso, soppressione e ingiustizia? Il “dieci perfetto” prova ancora una volta che lo sport ha il potere di aprire gli occhi e il cuore delle persone. Passeggiamo indifferenti attraverso la vita, ma poi arriva quel momento che ti strappa gli occhi e ti ruba il cuore, e che ha la stessa consistenza astratta di un’idea che realizzandosi sposta di un pò le cose che crediamo possibili.

Lo sport è ispiratore di vita, e la tecnica altro non è che un insieme di gestualità con lo scopo di dare forma a qualcosa che altrimenti sarebbe caos. Ricercare la bellezza, è allora un modo di mostrarci spazi dai contorni nitidi dentro i quali custodire un’immaginazione che va al di là del quotidiano. Lo sport è un’espressione universale, può essere compreso senza mediazione linguistica, tutto si riduce a gesto. Per questo, l’estetica non è accessoria ma necessaria nel tentativo di comunicare e lasciare messaggi più profondi delle parole.

Il 18 Luglio del 2006, alle 12:01, esattamente trent’anni dopo Montreal, il video del “dieci perfetto” di Nadia Comaneci è stato diffuso nello spazio dal Deep Space Communication Program, un progetto mondiale aerospaziale con l’obiettivo di comunicare con eventuali forme di vita extraterrestri. Gli ingegneri responsabili hanno dichiarato che quelle immagini – rappresentazione della bellezza assoluta – sarebbero state diffuse oltre il sistema solare, per testimoniare la massima evoluzione della specie umana.

Lo sport è uno strumento di autoconoscenza e di scoperta del mondo: è un sentimento che ispira gesti futuri. Ma l’ispirazione non si improvvisa. La spontaneità è solo un punto di arrivo. La fine di una immensa preparazione. E quando insegniamo, anche semplicemente a correre, in realtà insegniamo a vivere. Lo sport possiede questa specie di magia.

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