Ho girato le spalle al mondo

1968 non è solo un numero; è diventato un sostantivo. Il Sessantotto è ricordato come un movimento di protesta planetaria che ha rappresentato un punto di rottura, un rifiuto delle convenzioni, una vera e propria fuga e l’inizio di una cultura alternativa che ha il suo apice appunto nell’anno millenovecentosessantotto, definito dal TIME: “Il rasoio che ha separato per sempre il passato dal presente”.

Impazzano in tutto il mondo rivolte di classe, di razza e di sesso; prosegue ormai fuori controllo la guerra del Vietnam; il mondo viaggia con la testa all’ingiù al ritmo delle note di Jimy Hendrix; un Festival di Woodstock a entrata libera senza orari e confini, dove il suono delle note si accavalla al rumore di spari, urla e pianti. In questo clima il 12 Ottobre del 1968 a Città del Messico ebbero inizio i Giochi della XIX Olimpiade che saranno ricordate per sempre come le Olimpiadi del dissenso.

Il Black Power Salute

I Giochi di Città del Messico rimarranno nella storia grazie ad una delle più potenti immagini che si siano mai impresse nella memoria collettiva con i velocisti afroamericani Tommie Smith e John Carlos sul podio scalzi e con il pugno chiuso nero sollevato, durante la premiazione della gara dei 200 metri piani, in segno di protesta contro le discriminazioni razziali. Il “Black Power Salute” è stato uno dei momenti sportivi più controversi del ventesimo secolo, e un evento spartiacque nel movimento per i diritti civili. Raramente un semplice gesto ha significato così tanto per così tanti.

Naturalmente una tempesta di scandalo colpì immediatamente Smith e Carlos ma lentamente la storia li riabilitò fino a farli diventare simboli per la lotta dei diritti per l’uguaglianza in tutto il mondo. Peggior sorte toccò a Peter Norman medaglia d’argento, compagno di podio dei due dissidenti americani e complice di quella protesta silenziosa che ammutolì il mondo.

L’eroe dimenticato

Peter Norman era un velocista australiano che correndo in 20:06, tuttora record nazionale, sorprese tutti e si piazzò alle spalle di Tommie Smith in quella famigerata finale. Ma il suo capolavoro lo mise in scena dopo il traguardo. Durante l’attesa della cerimonia di premiazione, si accorse di quello che Smith e Carlos stavano organizzando, e decise di appoggiarli: “I will stand with you.” (“Sarò con voi”), questa la frase che pronunciò. Pretese di salire sul podio anch’egli con al petto la coccarda dell’Olympic Project for Human Rights  rendendosi colpevole per sempre.

Per quell’atto di coraggio Peter Norman fu dannato dalla sua intera nazione, gli venne negato l’accesso alle Olimpiadi di Monaco; finì in depressione e alcolizzato, morendo nel 2006 abbandonato e dimenticato dal proprio paese. Solo nel 2012 il Parlamento Australiano ha approvato una tardiva dichiarazione per scusarsi, riconoscendogli il coraggio dimostrato e riabilitarlo alla storia. Troppo tardi.

Non furono i soli a protestare durante quell’Olimpiade; ma probabilmente il più grande strappo alla storia venne da un mite ragazzo bianco dell’Oregon che, per dirla con le parole di Baricco: “decise di superare l’ostacolo senza guardarlo”, che girò le spalle al mondo, quel mondo per cui un intero pianeta stava protestando.

Il Fosbury Flop

Richard Douglas “Dick” Fosbury  il 20 Ottobre 1968 è uno dei partecipanti alla gara olimpica di salto in alto: ha 21 anni. Il semi-sconosciuto spilungone dell’Oregon è pronto per la gara per la quale ti sei preparato per anni, saltando ogni cosa a tutte le ore del giorno e addormentandoti stanco la sera, sognando ancora di saltare.

Prepara la rincorsa, sincronizza il respiro con i passi, prende lo slancio e parte correndo: spinta, stacco, volo, e per la prima volta davanti al mondo intero, occhi al cielo e asticella dietro la schiena, senza toccarla, per cadere morbido sul materasso in fedele attesa. La folla di tutto lo stadio esulta in un boato: per la prima volta avevano visto un uomo saltare con la schiena e gli occhi al cielo invece che con il ventre all’ingiù.

Dick Fosbury aveva appena rivoluzionato la storia del salto in alto con uno stile rovescio che, come spesso accade per le cose alla rovescia finisce per cambiare il corso della storia. Sarebbe bastato questo, ma a quel punto “Dick” voleva trasformare il proprio cognome in sostantivo come tutti i ribelli del mondo stavano facendo con l’anno 1968.

Armato di follia e speranza, tra lo stupore del pubblico, riesce ad arrivare ai salti di finale. Insieme a Ed Caruthers, statunitense, e il sovietico Valentin Gavrilov. Entrambi, come tutti, usano la tecnica dello Straddle, cioè del salto ventrale a pancia in giù. Gavrilov sbaglia tutti e tre i salti a sua disposizione a 2 metri e 22 e viene eliminato. Rimangono in gara Fosbury e Caruthers. Ora l’asticella è a 2 metri e 24: nessuno ha mai saltato così in alto in una gara olimpica. Caruthers fallisce i suoi tre tentativi. Fosbury sbaglia i primi due. Gli rimane una sola chance. Con il suo terzo salto, conquista la medaglia d’oro e stabilisce il nuovo record olimpico.

A fine Olimpiade lo stesso Payton Jordan, allenatore della selezione di atletica leggera degli Stati Uniti, scoraggiò tutti dal provare quel tipo di salto sentenziando che nessuno in futuro sarebbe stato tanto matto da imitarlo. Col tempo la nuova tecnica di salto verrà adottata da un numero sempre maggiore di atleti fisicamente più dotati, togliendo all’inventore il suo unico vantaggio.

Dick Fosbury si ritirerà nel 1972 dopo aver mancato la qualificazione alle Olimpiadi di Monaco decidendo da vero artista di lasciare andare ciò che ha creato per renderlo immortale. Il suo nome rimarrà nella storia dello sport. Oggi tutti gli atleti del salto in alto usano quel metodo definito Fosbury flop.

Ma cosa spinse il giovane Dick ad andare oltre al catalogo del conosciuto ?  Quando era ancora un quattordicenne solitario studente di scuola media, innamorato del salto in alto, dato che non riusciva a migliorare per la limitata forza delle sue gambe, decise di provare una tecnica differente, che mise a punto salto dopo salto allenandosi nel cortile di casa.

Nel 1965 con questa tecnica totalmente al di fuori di ogni canone, nonostante la derisione di molti e lo scetticismo di tutti, otteneva una borsa di studio all’Oregon University dove si laureò in ingegneria. Nel 1968, prima vinse i Campionati universitari, poi a sorpresa si qualificò per i Giochi di Città del Messico per stupire il mondo. Ma cosa aveva Dick Fosbury di diverso dagli altri ?

Il potere della solitudine

Un famoso studio del 1994 condotto da Mihaly Csikszentmihalyi – il grande psicologo della felicità – ha rilevato che gli adolescenti che non sopportano la solitudine non sono in grado di sviluppare talento creativo. La solitudine è alla base della creatività; questo perché la presenza di altre persone ci impone il compito di presentare di noi un’immagine accettabile, e solo nell’isolamento si crea la dimensione magica dell’ascolto dei propri pensieri interiori e spontanei. La solitudine è uno spazio di libertà dove ampliare le nostre intime facoltà intellettuali per uscire dalle strettoie del conosciuto senza fermarsi alle apparenze.

Le scoperte più grandi della storia sono state fatte in completa solitudine e anche Dick era “un ragazzo solitario che provava salto dopo salto la sua nuova tecnica nel cortile di casa” lontano da occhi e giudizi indiscreti. Spesso ci si dimentica del potere della solitudine, anzi lo stare soli ci imbarazza o ci terrorizza. La solitudine è una compagna difficile, sempre in bilico tra il troppo e il troppo poco, tra il pericolo di perdersi e quello di ritrovarsi. La solitudine è la più pericolosa delle fughe ma è anche quella che ti porta più lontano.

Gli ostacoli creativi

Al giovane Phil Hansen tremano le mani per via di un danno neurologico permanente, e non c’è rimedio. Lui sta frequentando una scuola d’arte, non riesce più neanche a tracciare una riga dritta e il tremore peggiora fino al punto in cui non riesce più a tenere in mano niente. Abbandona il progetto di diventare artista. Poi, finalmente, incontra un neurologo che gli domanda: perché non abbracci questo tuo tremore? E Hansen fa così. Lascia che la sua mano tremi mentre disegna, e questo è l’inizio di una carriera che lo porterà a sperimentare diverse sorprendenti forme d’arte e diventare uno degli artisti più innovativi dell’ultima generazione.

L’eccesso di possibilità è paralizzante, e sono i limiti a stimolare la capacità creativa. Molti pensano che la creatività abbia bisogno di una condizione di libertà assoluta e totale. Tuttavia, in assenza di vincoli o limiti che ci obbligano a fare uno sforzo in più, noi tendiamo a replicare ciò che già ha funzionato in passato, oppure a perderci per strada. Per produrre “nuovo” pensiero abbiamo bisogno di ostacoli da superare. Dick Fosbury ha ideato la sua nuova tecnica per ovviare ai propri limiti fisici; se avesse avuto necessaria forza nelle gambe avrebbe continuato a saltare con la tecnica canonica dello straddle, e a quel punto sarebbe stata una gara di forza e non di ingegno.

Il professore informatico Randy Pausch della Carnegie Mellon University di Pittsburgh nella sua ormai celebre “Last Lecture” ci lasciò con queste parole: “Ogni ostacolo è lì per un motivo preciso. Non è lì per escluderci da qualcosa, ma per offrirci la possibilità di dimostrare che possiamo farcela. Gli ostacoli sono lì per fermare le persone che non hanno abbastanza voglia di superarlo. Sono lì per fermare gli altri…”

Il lampo di genio

Il 28 agosto 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington, Martin Luther King tenne il suo famoso discorso «I have a dream»: «Ho un sogno». Da quel giorno tale espressione è diventata un’icona universale; la lotta contro il razzismo non è stata più la stessa. Ha trovato nuova forza, radici e soprattutto un simbolo. Il discorso pronunciato davanti a 250.000 persone è stato uno dei più studiati e copiati della storia. Ma la sua genesi nasconde un segreto sconvolgente.

Come rivelato nel libro “Behind the dream” di Clarence Benjamin Jones, collaboratore intimo del reverendo, soltanto i primi sette paragrafi del discorso erano preparati, fatto confermato da molte altre testimonianze; poi a un certo punto Mahalia Jackson, la grande cantante gospel che aveva aperto la manifestazione, ha iniziato a urlare: “Parla del sogno, Martin! Parla del sogno!”. A quel punto King ha accantonato i fogli e ha preso a parlare a braccio. La parte che è entrata nella storia era in realtà improvvisata, ed è anche questa la sua forza.

Il lampo di genio è solo apparentemente casuale. Chiunque di noi inventa ogni giorno la propria giornata e cerca soluzioni a problemi quotidiani. Ma allora che cosa distingue il genio dalla persona normale ? Oltre al primo stadio genetico dell’intuizione, che mappa il nostro posto nel mondo, i due fattori principali sono la curiosità e l’esperienza. Uno è motivazionale, l’altro conoscitivo. Uno coinvolge la psiche, l’altro la memoria.

La curiosità è la scintilla che conduce all’immaginazione. La creatività nasce da un’insoddisfazione interiore, che porta una persona a cercar di pacare questa pungente tensione e lo fa attraverso una continua ricerca di qualcosa che non riesce mai a trovare. L’esperienza invece ci guida nello spazio della memoria, poiché in assenza di alcuna “sapienza” è impossibile creare. Tutte le creazioni della mente posseggono almeno un elemento già noto. Non esistono prodotti della mente nati dal nulla. Allungare la profondità del pensiero fino a raggiungere un luogo deserto e lontano: questo è ciò che fa di una persona dal normale cervello una mente geniale.

L’arte della diversità 

Ora capiamo che poi non è così sorprendente che proprio Dick Fosbury sia stato capace di tale innovazione. Dick era un ragazzo solitario, aveva evidenti limiti fisici, era curioso ed esperto per aver provato e riprovato per anni quel salto nel cortile di casa sua e probabilmente, per costruire quella nuova tecnica, in maniera inconscia aveva applicato qualche teoria sistemica propria del suo intuito che lo porterà poi anche a laurearsi in ingegneria. Aveva la capacità di guardare le cose in modo diverso. Lui ha visto connessioni e possibilità che nessuno vedeva, poi il mondo, tutto il mondo, gli è andato dietro. Succede che a un certo punto qualcuno fa sparire ciò che lo aveva preceduto e cambia la Storia. Una rivoluzione è tale solo quando la ribellione diventa tradizione; per questo Fosbury e il Sessantotto condividono lo stesso destino.

Pablo Picasso diceva che “tutti i bambini nascono artisti“. Il problema è come rimanere artisti, perché il più delle volte lo scopo del mondo sembra essere quello di “diseducare” a pensare in maniera creativa invece di incoraggiare le personali inclinazioni naturali. Nel processo creativo delle idee originali è presente il coraggio di rischiare inventando un nuovo presente per lasciare un futuro.

Dick Fosbury ha rivoluzionato l’atletica leggera decidendo di saltare all’indietro, contro ogni logica, contro la tradizione e perfino contro la direzione del mondo. L’intuizione della sua nuova tecnica fu quella di avvicinare le spalle all’asticella, ma in questo modo, forse senza neppure saperlo, Dick avvicinò anche il cuore all’asticella. E tutti sappiamo che quando si porta il cuore oltre all’ostacolo tutto il resto poi seguirà.

Annunci

Un pensiero su “Ho girato le spalle al mondo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...